Perché Una Banca Centrale Alza I Tassi d’Interesse?

Negli ultimi tempi si è parlato molto di un possibile innalzamento dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve, la Banca Centrale americana. Ad oggi, ciò non è ancora successo. Ma cosa comporterebbe una tale misura da parte della massima istituzione bancaria di un paese? Vediamo di capire quali potrebbero essere le motivazioni e le conseguenze sui mercati di un (possibile) rialzo dei tassi d’interesse.

Innanzitutto, aumentare i tassi d’interesse significa aumentare il costo del denaro all’ingrosso, cioè quanto costa alle banche private prendere in prestito liquidità alla banca centrale, livello da cui dipende poi tutta la struttura dei tassi, anche quelli applicate dalle singole banche ai consumatori. Solitamente, una Banca Centrale decide di attuare tale iniziativa quando è preoccupata da un rialzo eccessivo dell’inflazione. L’inflazione, infatti, svaluta la moneta del paese e quindi riduce il potere di acquisto dei cittadini che percepiscono un reddito in quella valuta. In ambito economico, viene considerato “accettabile” per la crescita un livello di inflazione vicino al 2%. Se l’inflazione ha un valore inferiore significa che le politiche monetarie non stanno lavorando bene. Ad esempio, gli stipendi potrebbero essere troppo bassi e, di conseguenza, potrebbero portare ad un calo dei consumi. Al contrario, se l’inflazione è troppo alta (nell’ordine del 4-5%), potrebbe significare che l’economia del paese in questione sta crescendo troppo velocemente rispetto al suo potenziale, perché “gonfiata” da eccessivi prestiti delle banche ai privati.

tassi d'interesseEcco perché una Banca centrale può decidere di intervenire in questo senso: aumentando i tassi, “costringe” le banche private a chiedere meno liquidità alla banca centrale e, di conseguenza, a prestare meno soldi a imprese e famiglie, già provate da un eccessivo ricorso all’indebitamento. Quando invece l’inflazione è a un livello molto basso o quando addirittura accade il fenomeno opposto ovvero quando i prezzi dei beni e servizi diminuiscono (deflazione), una Banca centrale può decidere di abbassare i tassi, rendendo più accessibili i prestiti all’economia. Regolamentando il costo del denaro, essa decide di conseguenza la quantità di prestiti elargiti dal sistema finanziario all’economia reale, così da evitare situazioni di frenata o di crescita eccessiva dell’economia. Oggi le prospettive di inflazione a 5 anni (ovvero il periodo che una Banca Centrale considera per garantire la stabilità dei prezzi), indicano che l’inflazione negli Usa potrebbe superare la soglia del 2%. Per questo motivo la Federal Reserve sta cercando di normalizzare la politica monetaria, cioè di riportare il costo del denaro tra il 2 e il 3% rispetto all’attuale soglia dello 0,5%. Ma la Federal Reserve ha difficoltà ad aumentare i tassi, perché in un’economia sempre più globalizzata e dominata dalla finanza come la nostra, le ricadute di una stretta monetaria (o di rialzo dei tassi) avrebbero un effetto domino anche su altri Paesi, soprattutto su quelli emergenti. Questi paesi hanno infatti tassi di interesse mediamente più alti rispetto a quelli più sviluppati: per attrarre capitali stranieri hanno bisogno di pagare interessi più elevati ai creditori, agli investitori che acquistando titoli di Stato e obbligazioni private emesse dal governo e dalle aziende dei Paesi emergenti.

Fed e Bce

Ma se la Federal Reserve alzerà i tassi, cosa farà la Bce? Un possibile innalzamento dei tassi d’interesse da parte della Fed potrebbe spingere (o costringere!) la Banca Centrale Europea a fare lo stesso in futuro, così da continuare ad attrarre capitali. Ma se c’è una cosa certa, è che in questo momento la Bce non se lo può permettere! Perché sta combattendo con la deflazione (-0,3% il livello dei prezzi a maggio nella zona Euro) ed ha quindi bisogno di mantenere il costo del denaro molto basso ancora per molto tempo (come ribadito a più riprese dal governatore Draghi).

fonte: Il Sole 24 Ore

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